Iran

Jaher è il primo a ritirarsi in camera sua per le preghiere serali. A ruota sparisce anche Afsaneh e Reza che la segue repentino per le scale in modo da essere il primo a infilarsi sotto la doccia. Per un momento io e la giovane Nishtman rimaniamo da soli, distesi sulla stuoia, a contemplare tutto ciò che ci circonda, nell’imbarazzo di un silenzio dovuto a un grande muro nella comunicazione verbale. I nostri occhi, cadendo all’indietro per il leggero nervosismo, vanno a posarsi sulle stelle sopra di noi. Quale incanto, si sta molto bene. Tento una comunicazione base e Nishtman mi sorprende con una frase chiara che non lascia fraintendimenti. “Mi piacciono le stelle, da grande vorrei essere un’astrologa”. Rimango a bocca aperta con gli occhi ancora ribaltati. Penso a quello che mi ha appena detto, all’infinito, al buio e al tatto concreto della stuoia che c’è sotto i nostri culi. La incoraggio nel suo sogno, Nishtman ha il potere di essere qualsiasi cosa, proprio come me. Continua a fissare la volta celeste, lo sguardo rimbalza come un flipper tra i puntini luminosi. Socchiudo un po’ gli occhi che cadono in avanti e si appoggiano sul profilo a mezze luci dei tetti piani di Saqqez. Catatonico per qualche istante, produco mero silenzio, accanto alla bambina curda che sogna di studiare le stelle.

Tratto da La realtà che noi chiamiamo mondo

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