Myanmar

Con il fiatone in gola, sporgo la testa all’interno della stanza lasciando entrambi i piedi saldi e uniti a pochi centimetri dalla soglia di ingresso. All’interno ci sono due monaci seduti sul pavimento ricoperto di una sottile moquette azzurrina con texture color ocra.
Il più anziano è di fronte ad un televisore a tubo catodico e osserva video musicali corredati da sottotitoli nell’affascinante ed elegante scrittura birmana. Non si scompone a meno di un piccolo cenno di capo.
L’altro monaco, più giovane del primo, è seduto accanto ad un letto sul quale pende dal basso soffitto una larga e vecchia zanzariera. Non appena mi vede fare capolino all’uscio, si alza in piedi e con fare frenetico mi invita ad entrare e ad accomodarmi in terra. Appoggio lo zaino mostrando un pesante alone di sudore sulla schiena, tolgo le scarpe, a loro rischio e pericolo, e mi accomodo senza nascondere un certo imbarazzo.
Il tempo di riprendere fiato e subito davanti a me si presenta un vassoio di plastica con cinque o sei bicchieri di vetro, un thermos di tè, una scodella di peshan-jò e due avocado aperti a metà. Per prima cosa mi fiondo sul tè, consapevole che finalmente posso bere senza dovermi preoccupare delle dosi di risparmio. Annaffio la gola arsa.
Ringrazio debitamente con cenni del capo, sorrisi umili e le uniche parole che fino ad ora conosco di birmano, minglabar e jeszù temale; la prima è la forma di saluto più comune, la seconda un ringraziamento.
I due monaci non parlano una singola parola di inglese quindi l’unico modo che abbiamo di comunicare è quello della gentilezza e il mio birmano livello meno uno.

Tratto da I Giocolieri delle Bolle di Sapone

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