Siria

Lasciammo l’incantevole Damasco per dirigerci al Monastero Mar Musa al-Habashi, ottanta chilometri circa a nord della capitale. Il monastero era costruito arroccato nella roccia, ai piedi di una formazione rocciosa e con una vista su di un orizzonte piatto e calmo. Con un impianto a torrette, presentava diversi livelli culminanti con tetto piano. Qui viveva una comunità spirituale chiamata al-Khalīl (l’amico di Dio) che è sempre stata ben felice di ospitare viaggiatori, visitatori e fedeli.
I dormitori separavano nettamente uomini e donne in due stabili differenti, ai due punti opposti del complesso. La sera ci si ritrovava tutti sulla terrazza che si affacciava al deserto prospiciente.
Si respirava una strana aria, calda, pungente e silenziosa. Tutto attorno a noi, la notte, era tremendamente silenzioso. Nessuno aveva il bisogno di urlare perché tutto era in pace, statico seppur vibrante con l’Universo attorno. Ci siamo stretti assieme quando il sole fece capolino dall’infinito, ambo i versi.
Durante gli ultimi giorni di permanenza in Siria, notammo che in tutti gli autobus o furgoncini che avevamo preso eravamo sempre seduti nei sedili posteriori. Ciò non avvenne mai per volontà nostra, anzi, visti gli zaini cercammo più volte di occupare i sedili frontali perché più spaziosi. Ma ogni singola volta spuntava l’autista o qualche altro uomo gentile e ben disposto che in una maniera o nell’altra riusciva, con tono tuttavia insistente, a farci spostare in fondo al mezzo.
I corridoi centrali delle corriere, se necessario, venivano occupati da una lunga e fitta fila di sedie in modo da offrire ulteriori posti a sedere. Ed ecco che, trovandoci dentro un bus pieno zeppo di persone, capimmo la logica.
Nei sedili anteriori sedevamo gli uomini, poi a seguire le donne e in fondo, ecco, gli stranieri. Se solo lo avessimo capito prima avremmo risparmiato volentieri molte chiacchiere agli autisti.

Tratto da I Giocolieri delle Bolle di Sapone

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