Honduras

Salgo di quota fino a sfiorare Tegucigalpa, capitale dell’Honduras. Qui Melissa, un’attivista politica che opera per una Ong locale in difesa dei diritti umani, mi racconta della carovana di migranti di El Salvador, Honduras e Guatemala che ha provato a raggiungere il Messico con la speranza di entrare negli Stati Uniti. Ha camminato assieme a loro fino alla frontiera del suo paese. Sconsolata descrive come media locali e internazionali abbiano provato (e in qualche caso ci sono riusciti) a screditare l’accaduto, addirittura attribuendone l’organizzazione a Soros.
L’informazione ha provato di tutto pur di non ammettere che una massa di disperati è stata pronta a unirsi e sfidare l’impossibile, non avendo nulla da perdere, dimenticati da politiche troppo intente a concentrarsi sul denaro che non sugli interessi del cittadino. Politiche di minoranza che reprimono la maggioranza, sempre e solo giustificate dal voto di cittadini che vanno alle urne nella speranza di un cambiamento che mai avviene realmente.
Centinaia di persone lasciano il paese ogni giorno, molti in mano a trafficanti di esseri umani che arrivano a chiedere fino a cinque mila euro per compiere una tratta che non assicura successo né tanto meno il mantenimento della propria vita. Questa carovana invece si è mossa con la forza del gruppo, sfidando i trafficanti, aiutata dalla carità di chi ha incontrato lungo il cammino.

Melissa è anche una femminista in una società altamente machista, che soffre del maltrattamento aperto della donna dentro e fuori le mura di casa. Una società che manca di una basica informazione sessuale che ovviamente porta a gravidanze indesiderate di ragazzine appena quattordicenni.

E intanto proseguo in salita in direzione San Juancito, sopra la bicicleta simbolo del progesso della psiche umana. Controllata dall’Io individuale procede sempre in avanti, mantiene allenato il fisico, non emette gas nocivi. Senza dimenticare che anche lei ha combattuto la sua battaglia in favore della condizione femminile, forse la più grande, forzando l’abbandono di gonne ingombranti e corsetti stretti in favore del suo utilizzo.
A San Juancito, piccolo pueblo a 50 km nord est dalla capitale, si respira un’aria totalmente differente. Non c’è la Mara con il suo operare di stampo mafioso a sopprimere la libertà della gente, la stradine impervie tra le montagne limitano il circolare di automobili e ne impediscono quello dei mezzi pesanti, le persone non mancano mai di scambiarsi un saluto o un augurio quando si incontrano per strada. Arrivo con entrambe le braccia ustionate da un sole che non perdona.

Lemuel è un permaculture di ventotto anni che ha in gestione un appezzamento di terra su di un versante che delimitata la parte medio alta del villaggio. Abita dentro una costruzione che per quasi dieci anni è stata abbandonata nel degrado di oggetti e vegetazione. Vi è una sola lampadina, due prese elettriche, un focolare per cucinare posto all’esterno davanti a un divano altrettanto abbandonato al degrado. Eppure, tutto sembra così normale e naturale.
Quando assieme al suo amico Diego improvvisano sulle note di una chitarra arrangiata, la voce goffa di Lemuel si trasforma in calda e soave. La musica li riesce bene, perché la musica è dei poveri.
Come permaculture possiede molte nozioni sull’agricoltura rigenerativa, la chimica e la fisica applicata alle piante. Studio la triade essenziale al mondo vegetale: azoto (presente nell’urina, legumi e peli di animali), fosforo (letame uccelli) e potassio (cenere della legna). Secondo il concetto per il quale il terreno altro non è che roccia minerale polverizzata mescolata ad organico, è possibile trattare la terra da coltivare con farina di roccia. A seconda dell’elemento che più manca (ad esempio ferro o silicio) si sceglierà il tipo di roccia dalla quale produrre la farina. Sono possibili trattamenti anche con farina di ossa (ricca di fosforo e calcio) o farina di carne (ricca di amminoacidi).

La permacultura non è solo un modo di lavorare la terra con più rispetto e armonia facendo collaborare tra di loro tutti gli elementi in gioco come formiche, piante, insetti, compost organico, elementi minerali. Significa ripensare l’umanità assieme, coscienti che in qualche modo siamo tutti fratelli; ciascuno di noi è parte dell’animale e viceversa, è l’aria e l’acqua che consuma. Tutti siamo un Uno e uniti siamo un dio.
I nativi Hawaiani credevano che quando un membro della comunità soffriva era la comunità stessa ad avere un problema. Allora tutti si riunivano e recitavano queste semplici parole: mi dispiace, perdonami, ti amo, grazie.

Qui a San Juancito anche io e Lemuel sognamo un mondo dove l’agricoltura non sia più dipendente dal petrolio dal momento che, attualmente, sta portando con sé un costo ambientale enorme in termini di consumi.
La fame chimica dell’uomo non si limita all’agricoltura ma a tutto ciò che esso stesso produce, si convince gli sia necessario e poi scarica nell’ambiente sotto forma di rifiuti. Il centro america è uno dei tanti luoghi del mondo dove il terreno è sommerso di immondizia; c’è materiale plastico ovunque riesca ad arrivare l’uomo. Ancora non ci stiamo realmente rendendo conto cosa ci sta costando la smania del consumo.
A San Salvador avevo visto una pubblicità di gelati che recitava: compras tu felicidad. Quale manifesto migliore per descrivere la società dei consumi inevitabilmente basata su l’insoddisfazione?

I giorni seguenti al mio soggiorno a San Juancito si susseguono tra salite in montagna, tarde mattinate dal sole rovente, baleadas, jeep inzuppate di passeggeri, tamales, camion condotti da persone che apparentemente non sembrano prendere la morte di un ciclista come peso sulla coscienza, avvoltoi che oscurano il sole in attesa di precipitarsi sopra carcasse di animali investiti dai conducenti di cui sopra.
Dal Lago Yojoa finalmente la strada si fa pianeggiante fino a raggiungere la costa caraibica che custodisce in grembo più storie di quelle che ha ispirato.

Tratto da Alla ricerca della controsocietà