Km 1345 – El Salvador, Honduras, Guatemala

Le terre latino americane custodiscino elementi peculiari che le rendono ogni volta inconfondibili. Appena atterro a San Salvador è palpabile l’umidità dell’aria, carica del verde ostentato di una natura potente e predominante. Autoveicoli di ogni genere procedono grazie all’aiuto della mano divina, sfilano davanti a costruzioni prive di intonaco o per lo più tinteggiate a tonalità pastello.
Di tanto in tanto non mancano di svettare alti pennenoni di multinazionali alimentari a ricordare la bieca incongruenza che l’uomo moderno è costretto ad affrontare quando si ritrova a mettere in fila le priorità della sua vita.
Harold, un ragazzo salvadoreño di 32 anni mi fa notare come le persone, specialmente le donne, siano mediamente obese. Paradossale in un paese dove la popolazione è più che mediamente povera. Pura ignoranza alimentare. Il cibo sano non mancherebbe e la natura rigogliosa ne è la prova.

È la persona che dovevo incontrare per superare con positività la frustrazione di aver rotto il forcellino della bicicletta a pochi chilometri dalla partenza. Il mondo ciclista è ancora molto di nicchia nel El Salvador e trovare i pezzi di ricambio a volte è difficile e costoso.
Mi ospita per qualche giorno intrattenendomi con buon umore e un sorriso che demarcano la sua persona. È uno di quegli esseri viventi che segue la corrente, apparentemente disturbato da niente e nessuno.
Mangiamo pupusas, scherziamo, ci perdiamo nei meandri della società convincendoci che le etichette delle quali le persone molte volte fanno fregio sono una trama. I litigi, i conflitti, le differenze politiche sono trama. I movimenti di indipendenza, le lotte per i singoli diritti, pezzi di carta ai quali viene attribuito un valore per ottenere beni necessari alla sopravvivenza sono trama. Tutto ciò che alimenta l’odio, la divisione, la lotta, le disuguaglianze, l’indifferenza, l’apatia, la diffidenza tra esseri umani è trama.

Una persona che è già stata più volte in questo paese mi aveva scoraggiato dal venire fino a qua. Addirittura mi aveva assicurato che dopo poche ore me ne sarei voluto scappare. Certo, le bande della capitale sono capaci di crimini feroci, devono però scontrarsi duramente con la amabile ospitalità e gentilezza del popolo salvadoreño. Harold e il suo coinquilino Douglas ne sono solo un esempio.
Molte persone della mia generazione hanno qui nomi che suonano statunitensi più che latini. Questo perché 30 anni fa era la nuova consuetudine.
Appena riesco a recuperare il forcellino lascio San Salvador in direzione est, verso El Amatillo e la frontiera con l’Honduras. Una pedalata sotto un sole cocente che arde la pelle. Perlomeno trascorro due giorni in piano prima di salire sulla giostra delle montagne hondureñe.
Accampare non è spesso così facile perché tutte le proprietà sono recintate da filo spinato, qualche pertugio però ogni tanto si trova. In alternativa è possibile chiedere ospitalità per una notte alle stazioni di rifornimento, di polizia o sanitarie. Le persone sono gentili e disponibili, però si sa, i farabutti esistono in tutto il mondo ed è giusto rimanere sempre vigili.

Salgo di quota fino a sfiorare Tegucigalpa, capitale dell’Honduras. Qui Melissa, un’attivista politica che opera per una Ong locale in difesa dei diritti umani, mi racconta della carovana di migranti di El Salvador, Honduras e Guatemala che ha provato a raggiungere il confine tra Messico e Stati Uniti. Ha camminato assieme a loro fino alla frontiera del suo paese. Sconsolata descrive come media locali e internazionali abbiano provato (e in qualche caso ci sono riusciti) a screditare l’accaduto, addirittura attribuendone l’organizzazione a George Soros.
L’informazione ha tentato di tutto pur di non ammettere che una massa di disperati è stata pronta a unirsi e sfidare l’impossibile, non avendo nulla da perdere, dimenticati da politiche troppo intente a concentrarsi sul denaro che non sugli interessi del cittadino. Politiche di minoranza che reprimono la maggioranza, sempre e solo giustificate dal voto di cittadini che vanno alle urne nella speranza di un cambiamento che mai avviene realmente.
Centinaia di persone lasciano il paese ogni giorno, molti in mano a trafficanti di esseri umani che arrivano a chiedere fino a cinque mila euro per compiere una tratta che non assicura successo né tanto meno il mantenimento della propria vita. Questa carovana invece si è mossa con la forza del gruppo, sfidando i trafficanti, aiutata dalla carità di chi ha incontrato lungo il cammino.

Melissa è anche una femminista in una società altamente machista, che soffre del maltrattamento aperto della donna dentro e fuori le mura di casa. Una società che manca di una basica informazione sessuale che ovviamente porta a gravidanze indesiderate di ragazzine appena quattordicenni.

E intanto proseguo in salita in direzione San Juancito, sopra la bicicleta simbolo del progesso della psiche umana. Controllata dall’Io individuale procede sempre in avanti, mantiene allenato il fisico, non emette gas nocivi. Senza dimenticare che anche lei ha combattuto la sua battaglia in favore della condizione femminile, forse la più grande, forzando l’abbandono di gonne ingombranti e corsetti stretti in favore del suo utilizzo.

A San Juancito, piccolo pueblo a 50 km nord est dalla capitale, si respira un’aria totalmente differente. Non ci sono i mareros con il loro operare di stampo mafioso a sopprimere la libertà della gente, la stradine impervie tra le montagne limitano il circolare di automobili e ne impediscono quello dei mezzi pesanti, le persone non mancano mai di scambiarsi un saluto o un augurio quando si incontrano per strada. Arrivo con entrambe le braccia ustionate da un sole che non perdona.

Lemuel è un permaculture di ventotto anni che ha in gestione un appezzamento di terra su di un versante che delimita la parte medio alta del villaggio. Abita dentro una costruzione che per quasi dieci anni è stata abbandonata nel degrado di oggetti e vegetazione. Vi è una sola lampadina, due prese elettriche, un focolare per cucinare posto all’esterno davanti a un divano altrettanto abbandonato al degrado. Eppure, tutto sembra così normale e naturale.
Quando assieme al suo amico Diego improvvisano sulle note di una chitarra arrangiata, la voce goffa di Lemuel si trasforma in calda e soave. La musica li riesce bene, perché la musica è dei poveri.
Come permaculture possiede molte nozioni sull’agricoltura rigenerativa, la chimica e la fisica applicata alle piante. Studio la triade essenziale al mondo vegetale: azoto (presente nell’urina, legumi e peli di animali), fosforo (letame uccelli) e potassio (cenere della legna). Secondo il concetto per il quale il terreno altro non è che roccia minerale polverizzata mescolata ad organico, è possibile trattare la terra da coltivare con farina di roccia. A seconda dell’elemento che più manca (ad esempio ferro o silicio) si sceglierà il tipo di roccia dalla quale produrre la farina. Sono possibili trattamenti anche con farina di ossa (ricca di fosforo e calcio) o farina di carne (ricca di amminoacidi).

La permacultura non è solo un modo di lavorare la terra con rispetto e armonia facendo collaborare tra di loro tutti gli elementi in gioco come formiche, piante, insetti, compost organico, elementi minerali. Significa ripensare l’umanità assieme, coscienti che in qualche modo siamo tutti fratelli; ciascuno di noi è parte dell’animale e viceversa, è l’aria e l’acqua che consuma. Tutti siamo un Uno e uniti siamo un dio.
I nativi Hawaiani credevano che quando un membro della comunità soffriva era la comunità stessa ad avere un problema. Allora tutti si riunivano e recitavano queste semplici parole: mi dispiace, perdonami, ti amo, grazie.

Qui a San Juancito anche io e Lemuel sognamo un mondo dove l’agricoltura non sia più dipendente dal petrolio dal momento che, attualmente, sta portando con sé un costo ambientale enorme in termini di consumi.
La fame chimica dell’uomo non si limita all’agricoltura ma a tutto ciò che esso stesso produce, si convince gli sia necessario e poi scarica nell’ambiente sotto forma di rifiuti. Il centro america è uno dei tanti luoghi del mondo dove il terreno è sommerso di immondizia; c’è materiale plastico ovunque riesca ad arrivare l’uomo. Ancora non ci stiamo realmente rendendo conto cosa ci sta costando la smania del consumo.
A San Salvador avevo visto una pubblicità di gelati che recitava: compras tu felicidad. Quale manifesto migliore per descrivere la società dei consumi inevitabilmente basata su l’insoddisfazione?

I giorni seguenti al mio soggiorno a San Juancito si susseguono tra salite in montagna, tarde mattinate dal sole rovente, baleadas, jeep inzuppate di passeggeri, tamales, camion condotti da persone che apparentemente non sembrano prendere la morte di un ciclista come peso sulla coscienza, avvoltoi che oscurano il sole in attesa di precipitarsi sopra carcasse di animali investiti dai conducenti di cui sopra.
Dal Lago Yojoa finalmente la strada si fa pianeggiante fino a raggiungere la costa caraibica che custodisce in grembo più storie di quelle che ha ispirato.
Proseguo fino alla frontiera con il Guatemala, nessuno controlla cosa sto trasportando e, dopo aver ottenuto il timbro sul passaporto, oltrepasso il confine nell’indifferenza generale di qualsiasi ufficiale di polizia o militare che non si preoccupa nemmeno di verificare la mia identità.

Se la vegetazione fino ad ora è stata verde e potente non è niente comparata ai campi di palme da olio e banane che attraverso appena entrato in territorio guatemalteco.
Da Río Dulce si apre una trachea apparentemente infinita, priva di case o costruzioni, strade pressoché rettilinee, ai lati campi, pendii rocciosi, alberi dal busto e fogliame maestoso.
Mi fermo un paio di giorni a Poptun dove Walter di Poptun Bike mi ospita aiutandomi a mettere a punto qualche dettaglio sulla bicicletta. Il villaggio è ben diverso dalle grandi città, le proprietà private non sono necessariamente circondate da alte mura culminanti con filo spinato o cocci di vetro. Certo, quasi ognuno possiede almeno uno o due cani per proteggersi da intrusi, ma in generale la vita è tranquilla e rilassata.
In Guatemala trovo nella vita di tutti i giorni della gente un po’ del folclore latino americano che sembra essersi perso negli altri paesi che ho appena attraversato.
La notte di Natale è un proseguio di petardi e musica tamarra dalle dieci di sera alle 2 del mattino, la pioggia incessante non ferma nessuno e l’aria è percepibilmente carica di zolfo.
Il mal tempo non può fermare nemmeno il mio proseguire che è ora lento e fradicio. La imprevedibilità del clima tropicale, un giorno c’è il sole che ti cucina e l’altro il cielo ti bagna e raffredda. Sono spinto in avanti, c’è una comunità che se ne intende di costruzioni naturali che mi aspetta.

Prossima stazione: Messico

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