Km 4916 – Messico, seconda parte

Dopo il bosco magico del Nido Quelele la strada torna ad essere la mia casa. È la camera da letto dove spesso mi sveglio infreddolito, mi rigiro dentro lo spazio ristretto ma giusto della tenda, sistemando di nuovo tutto all’interno delle borse. La strada è la cucina dove faccio colazione, dove già dopo due ore vorrei tornare perché lo stomaco presto brontola.
La strada è il salotto dove riposarsi, giocare. Dove vedere un po’ di televisione; i documentari di vita vissuta vanno per la maggiore.
La strada è il tempio dove potersi chiudere in raccoglimento con persone che hanno una visione comune, è l’oratorio dove trovare amici e accoglienza fraterna. È anche il cimitero, numerosi i cippi e le croci in memoria di uomini e donne che lungo questo asfaltato hanno incontrato l’inevitabile.
La strada è la casella di posta nella quale lasciar scivolare bottiglie che con ogni più grande speranza non rotoleranno nelle canalette laterali ma viaggeranno rapide fino all’orizzonte. È il bar dove un poliziotto fuori servizio mi offre del mezcal artigianale che conserva in bottiglie di plastica dentro al suo borsone, in attesa di far scivolare anche loro rapide fino all’orizzonte.

La strada è la palestra dove muovere e tonificare i muscoli. È la scuola di prima categoria, di quelle che uguali non se ne trovano. È la biblioteca dove sfogliare le pieghe degli occhi della gente e rimanere affascinati dalle loro storie.
La strada è il porto dove innamorarsi delle persone e piangere nel vederle partire lontano. È il pozzo di San Patrizio dell’infanzia, qualsiasi cosa pescata, anche se piccola, è immensamente grande.
La strada è il bagno che a fine giornata a volte è dotato di doccia, quando rubinetti di bottiglie fanno cadere acqua sul viso e sui piedi.
La strada, quando si fa buio, torna a essere la camera da letto, dove dormire di sonno profondo ma sempre vigile, perché questa è una casa maliziosa e dispettosa se non la si tiene a bada. La casa è dove c’è chi mi da tutto e chi prova a togliermi quel poco che ho.

Appoggiato alla riva settentrionale del Lago Chapala è il Rancho la Salud, una delle prime comunità intenzionali sorte in Messico.
Il progetto è nato grazie a Jaime, un uomo che superati i quarant’anni di vita si trovò in una condizione di grave malattia fisica e mentale. A concorrere al suo stato di malessere erano le innumerevoli ore di lavoro in una città affollata e inquinata, la paura di diventare povero, di non guadagnare abbastanza soldi e di essere escluso dalla società, un matrimonio fallimentare che non sarebbe potuto durare molto in un clima di costante timore e ansia per il futuro.
I dottori non gli avevano pronosticato molti anni davanti a sé, per questo decise di cambiare radicalmente e creare una nuova dimensione di vita e di lavoro per guadagnarsi pace e armonia, prima interiormente e di riflesso esteriormente. L’intenzione di questa comunità è appunto quindi la salute.
Le unità abitative sono ancora basse ma è già pianificata una crescita che non supererà le quaranta unità, numero critico per le comunità intenzionali. Nessun gruppo è in grado di crescere senza limiti, superata la criticità andrà pian piano ad auto sgretolarsi. Così avviene per gruppi gerarchici, partiti politici, governi, associazioni di qualsiasi genere.
È importante riuscire sempre a mantenere un buon controllo della comunicazione. Al Rancho la Salud vige la sociocrazia che non è solo un metodo decisionale ma è anche organizzativo, stimola la creatività e lo spirito di iniziativa perché le persone si sentono partecipi dell’intero progetto, riduce le tensioni di potere, accresce la dedizione e la responsabilizzazione a livello individuale e collettivo.
Nel gruppo vengono accettate persone di ogni credo religioso, l’importante è che vi sia accordo sui valori più che sulla fede. La religione può aiutare l’individuo nel controllo del proprio ego che può essere allo stesso tempo un grande problema come una grande risorsa.
La stessa filosofia viene applicata in tutti gli aspetti della persona. Si guarda alle cose che uniscono piuttosto che a quelle che separano, perché ciò su cui ci si focalizza automaticamente si espande.

Al rancho si producono verdure di vario genere e una squisita birra allo zenzero. Tutte le quantità prodotte sono calcolate preventivamente in base alle ordinazioni. In questo modo non si lavora più del dovuto e ogni prodotto viene venduto. Nulla finisce con l’essere sprecato e gettato. Dicono di non produrre piante ma di farci l’amore.
In un mondo globalizzato che non lascia spazio all’etica è necessario recuperare valori sani anche nelle attività commerciali. Si è creata una frattura tra la società e le aziende che spesso non creano economia reale ma puntano solo alla massimizzazione del valore degli azionisti. L’idea di azienda al Rancho la Salud è di un’attività che deve produrre beni e servizi secondo una utilità sociale e non diventare una entità costruita appositamente per far crescere il capitale.

Superata Tepic la strada che conduce a nord seguendo la costa ovest negli stati di Sinaloa e Sonora si fa finalmente pianeggiante. Proseguo veloce senza concedermi molte pause. Nonostante ciò, gli incontri stimolanti continuano a non farsi desiderare.
A Mazatlán finisco con il dormire in una casa gestita da Dennis, un signore statunitense che aiuta i tossicodipendenti a riprendere possesso della loro vita. Dal tetto piano della casa posta su un promontorio, gli inquilini mi indicano i vari quartieri del centro abitato, dalla cattedrale alla spiaggia ricoperta di hotel e ristoranti di lusso per turisti e uomini d’affari facoltosi. È lontano il litorale, esattamente come lo sono questi uomini da quello stile di vita.
Dennis non ha solo il compito di disintossicare chi bussa alla sua porta ma anche quello di responsabilizzare uomini che fino ad ora hanno gestito vita e soldi in funzione di una dipendenza. Non tardiamo nel constatare come ognuno di noi ha le sue dipendenze, la sua dal tabacco continua a dargli dura lotta da almeno trent’anni.
E forse è proprio questo il punto sul quale le leggi molte volte sono incongruenti. É impossibile punire tutti i vizi degli uomini altrimenti il popolo non appoggerebbe tali politiche. Viene ben accettata invece la lotta ai crimini. Così succede che alcuni vizi vengono concessi, come tabacco e alcool che pur provocano milioni e milioni di decessi all’anno, altri invece vengono considerati criminali.
Ciò che dovrebbe essere criminale però è l’intenzione malvagia e dannosa nei confronti di altri individui, non la libera scelta nel pieno delle proprie facoltà di autodistruggersi. Quando invece un individuo perde le sue facoltà allora diventa un crimine aiutarlo nella sua autodistruzione. E tabacco e alcool fino ad ora non si negano a nessuno, anche a chi evidentemente ha perso il controllo della propria vita.

Prossima stazione: Stati Uniti

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