Messico

El Salvador, Honduras e Guatemala sono una triade che al mio veloce passaggio si è dimostrata abbastanza unitaria. Oltrepassati i confini, non me ne vogliano le popolazioni in causa, una certa magia è rimasta sempre uguale. Entrato in Messico da El Ceibo e lo stato di Tabasco mi rendo presto conto che alcune cose continuano a rimanere invariate. La lingua fra tutte, che da qui fino alla punta sud del continente, ad eccezione del Brasile, è la stessa salvo ovvie sfumature locali. Le persone ricurve sui prati a falciare erba con il machete, mandrie di bovini e terreni recintati da filo spinato, case dei centri maggiormente abitati fortificate da inferriate e alte mura. Le guardie armate con fucili a pompa presso gli esercizi commerciali invece spariscono in fretta. Piñatas multicolore e multiforma in vendita ai bordi delle strade sono cosa nuova, i fantocci umani che bruceranno a fine anno invece sono già visti. Questi ultimi simboleggiano l’anno passato, qualcuno ha faccia da politico così oltre che all’anno passato si ha la possibilità di bruciare anche un po’ di rabbia e frustrazione che l’alta corruzione politica non fa mai mancare.
Nuove, ma per niente insolite, sono le numerose icone e statue di devozione alla Vergine Maria; simbolo del potere della Chiesa cattolica che secoli fa autorizzò la spada a terminare senza remore e in completa assoluzione la cultura delle popolazioni indigene, ree, fra le varie, di possedere una cosmovisione che si basava sulla contemplazione della natura, che cominciava dalle radici degli alberi e culminava al cosmo intero. Il concetto del tutti siamo Uno, come mi ha ricordato Lemuel in Honduras, distante dalle religioni monoteiste e per questo considerato pericoloso e primitivo secondo una visione altamente etnocentrica che perdura ancora oggi.
Gli stessi messicani studiano poco e male la cultura dei loro avi, vista spesso come arcaica e brutale come certe pratiche di tribù del Chiapas di offrire in sacrificio un pollo o altro animale di piccola taglia. Eppure, in tempi lontani, in queste terre si arrivò al punto che offrire il proprio figlio in sacrificio veniva considerato di buon auspicio.
Nelle terre latino americane la Chiesa cattolica detiene un certo potere, forte del numero dei suoi seguaci che nel vecchio continente invece stanno sempre più calando. Non è per pura coincidenza, perché quando si tratta di istituzioni di potere niente è lasciato al caso, che l’attuale papa proviene proprio dall’America latina.

Tagliare a zig-zag il Messico significa attraversare diverse catene montuose. Pedalare in salita è sempre una buona forma di meditazione, specialmente se bisogna farlo per tutta la giornata portandosi appresso un buon carico. Mi è essenziale rimanere concentrato solamente sui due metri davanti a me e ai sei colpi di gamba necessari a coprire quello spazio che diventa tempo. O era il contrario? Fatto sta che a multipli di sei attraverso la Selva Negra in Chiapas, risalgo le montagne fino a Oaxaca, proseguendo a Puebla tra cactus, campi di agave e produzioni artigianali di mezcal.
Attraverso il Messico ho il piacere di essere ospitato da molte persone e con gradita sorpresa mi accordo che il numero di chi guarda criticamente il mondo politico, economico e spirituale è maggiore di quello che potessi sperare. Sempre più persone sono pronte a cambiare radicalmente la società attuale, al fine di farle compiere un ulteriore passo evolutivo e far prevalere l’istinto di essere invece che di avere. Molti si stanno riavvicinando alla spiritualità dei nativi americani. Come mi racconta un avvocato di 29 anni, affiliato alla massoneria locale. Grazie allo studio della cosmovisione tolteca e ad esperienze con le piante sacre ha scoperto un mondo interiore che non pensava potesse esistere. Per gli stessi motivi è in procinto di abbandonare la massoneria, perché si è reso conto di essere interessato più alla conoscenza che non all’istituzione, di essere in una società che incoraggia all’egoismo e dimentica la cura per gli altri. Una società che non gli appartiene ma nella quale, con la giusta maschera, riesce a conviverci e sfruttarla per ottenere ciò che gli serve a raggiungere i suoi obiettivi.

Di idee leggermente differenti è Don José, un uomo che a sessant’anni compiuti si è stufato di aspettare il cambiamento e ha deciso di farlo lui, nel suo piccolo. Qualcuno deve pur cominciare e dare il buon esempio. Da cinque anni vive in un bosco nei pressi di Guadalajara. Ha chiamato la sua nuova casa Nido Quelele.
Don José ha rinunciato alla carriera politica e universitaria, entrambi ambienti pieni di corruzione morale prima che pecuniaria, pur di rimanere fedele ai suoi principi. Lo fa perché sente che lo stile di vita dell’essere umano è ormai già da tempo insostenibile per il suo stesso equilibrio vitale con il pianeta.
Ritiene che nella vita comune che ci viene offerta veniamo privati dei nostri valori, della facoltà di giudicare cosa sia giusto o meno per la nostra esistenza senza che ce ne rendiamo nemmeno conto.

La sua è vera resistenza, lo sa. Le chiacchiere della politica arrivano fino ad un certo punto e mai passano ai fatti concreti, c’è sempre qualcosa di cui discutere e gente da accontentare; almeno per quella che è stata la sua esperienza. Sa anche che adesso la cosa più importante è parlarsi, esporsi e rassicurarsi che non si è soli, che è arrivato il momento di unire i propri sforzi nel raggiungimento dell’obiettivo comune.
Guadalajara è vicina, anche se da qui non se ne sente un solo rumore. Lì la gente vive ammassata, dove lui non poteva più stare, circondato da persone mosse dall’individualità, che monetizzano la felicità dimenticandosi della comunità, della rete umana.
Casa sua adesso è un bosco. Il sito si presta a costruzioni in terra cruda grazie al terreno argilloso. Con la tecnica cob ha realizzato una casa circolare che funge da camera da letto di piccole dimensioni. Tutte le altre funzioni sono all’esterno della casa. La cucina è dotata di secchiaio dove arriva acqua di montagna e un focolare in terra cruda che all’occorrenza può diventare forno o griglia. L’allacciamento al gas non c’è, tanto meno quello dell’elettricità alla quale sopperisce con due pannelli solari. Il bagno è secco, il che significa niente spreco di acqua e compost garantito per l’orto.
L’intera proprietà è terrazzata secondo la naturale conformazione del bosco. A cascata ha scavato tre vasche di raccolta dell’acqua per la stagione secca. Servono a garantire acqua alla doccia e all’irrigazione dell’orto, posto sull’ultimo terrazzamento.
L’impostazione del terreno è in costante crescita e cambiamento a seconda delle necessità e delle possibilità, in pieno accordo con lo spirito permaculturale. Solo il punto dove si trova il focolare è lo stesso dalla prima notte che Don José passò qui, quando attorno a lui vi erano solo alberi e una tenda da campeggio.
Gli piacerebbe poter riuscire a dimostrare a quante più persone possibili che si può avere una vita più felice e soddisfacente vivendo immersi nella natura, con meno oggetti e meno pretese, abbandonando il caos mentale manovratore che accettiamo come unica soluzione. Al Nido Quelele si studia, si mette in pratica, si condivide per offrire uno spunto, o meglio, piantare un piccolo seme per una società differente dove si recupera il contatto con la natura, la si rispetta e la si ama così come ogni altra forma vivente.
Dove sono finiti i sogni che avevamo da bambini? Dove esattamente si sono persi per strada? Nella politica, nel mercato o nel culto dell’intelligenza che tanto ci ha fatto dimenticare di ascoltare il cuore?
Tutte le sere, da che comincia a calare il sole, ci avviciniamo al focolare per cucinare, scaldarci e socializzare circondati dal silenzioso buio del bosco. Una di queste sere, terminata la cena, sciogliamo del cacao macinato nell’acqua, aggiungiamo due schegge di cannella, tagliamo a pezzetti della frutta e mescoliamo tutto assieme. Un focolare, buoni amici, una bevanda calda, cibo e pipa piena, questa si che è felicità, mi dice.

Tratto da Alla ricerca della controsocietà