Km 10.066 – Stati Uniti, parte seconda

La bicicletta non è solo uno sport, una passione o un passatempo della domenica ma è prima di tutto un mezzo di trasporto. E se nel viaggio la si sceglie come casa ambulante ci si espone quando la grandine taglia il viso, il sole è talmente rovente da sudar via la pelle, quando fa freddo e la pioggia martella sulla testa o quando la si benedice perché porta con sé sollievo in giornate calde e soleggiate. La bicicletta aiuta a muovere i muscoli congelati da una notte innevata, mette a dura prova l’equilibrio quando il vento tartassa la carne e fa gorgogliare il sangue.

Nel centro delle sue ruote il simbolico fulcro di luce dal quale fuoriescono singoli raggi di coscienza che nella rotazione si amalgano in una unica e meravigliosa fascia omogenea.
Ti porta in luoghi inaspettati, se lo si desidera, dove bisogna sapersi arrangiare, di giorno e di notte. Sempre pronti a ogni possibile imprevisto.
In costante movimento, senza guardare indietro, l’Io individuale rotola in un mondo onirico che invita a pasti spartani dimostrando che non serve molto a far andare avanti un corpo atletico.
La bicicletta ristabilisce una connessione equilibrata tra la mente e tutto ciò che essa domina portandoti ad essere così pedina attiva in questo super fantastico gioco cosmico.

Lasciarsi alle spalle la F.L.Y Co-op della California non è facile. Rimane sempre un battito amaro nel cuore quando si salutano fratelli e sorelle di questa Terra.
Schivo San Francisco e Los Angeles tra quartieri talmente sicuri che le persone possono lasciare la porta di casa aperta quando vanno al lavoro e periferie popolate da senza tetto.
Questi ultimi vengono ammassati in vie marginali, ognuno col suo carrello della spesa ricolmo di qualsiasi cosa riescano a raccattare dall’immondizia per aiutarli a sopravvivere in strada.
L’amore umano donato da associazioni di volontari è l’unico che prova a restituire un po’ di dignità a queste persone. Chi è incaricato di gestire la cosa pubblica invece non adempie a fondo i suoi doveri, dimenticandosi di proposito di certe persone perché, chiaramente, è un interesse che non ha tornaconto.
Così vengono relegati ai margini della società, lontano dagli occhi di chi ha paura di loro perché ricordano quanto sia fragile ed effimera la ricchezza moderna.
Li chiamano barboni, reietti, sanguisughe, zecche, sbandati. Ma sono veramente loro ad essere i parassiti della società o sono invece quelli che si arricchiscono alle loro spalle sfruttando le risorse umane e del pianeta ad essere il vero cancro?

Raggiunto il sud Oregon capito quasi per puro caso alla Frog Farm.
I centri commerciali che negli Stati Uniti sono nati e si sono moltiplicati come funghi in tutto il mondo hanno qui pane per i loro denti. Tanti chiudono i battenti perché le persone stanno acquisendo maggiore sensibilità circa l’etica della produzione alimentare, specialmente in terre ricche di fattorie come l’Oregon. La vendita al dettaglio dal produttore è infatti in aumento.
Saltuariamente alla Frog Farm viene organizzato uno scambio di semi. Contadini e non si riuniscono per una giornata di condivisione gratuita di sementi, tecniche di innesto, materiale agricolo, alimenti prodotti con soli frutti del campo.
La giornata è anche una scusa per stare assieme attorno a un focolare, suonare chitarra e banjo, ridere assieme ai bambini che si lasciano incantare dalle storie dei più anziani.
Le famiglie e gli affetti si mescolano in relazioni che superano la monogamia diventando esempio di amore puro e libero che non si fa sottomettere da standardizzazioni benpensanti.
Tra queste ci sono persone che non disdegnano la pistola nel fodero, sempre carica e a portata di mano. Mi chiedo per quale ragione ci debbano essere armi in una comunità che si proclama pacifica.

Vi è un gran dibattito sulla possibilità di rendere illegali le armi da fuoco come legittima difesa. La discussione dovrebbe però spostarsi alla radice del problema, ovvero sulla necessità che hanno le persone di possedere una pistola, perché possederne una significa non avere timore di uccidere qualcuno.
Questo è il punto cruciale, la paura che spinge le persone ad autorizzarle ad avere istinti omicidi. Non è necessaria una pistola per fare fuori qualcuno, lo si può fare in molti altri modi.

Continuo con molto piacere a incontrare pure rockstar intergalattiche. Persone che vivono senza avere un conto in banca, che hanno costruito da cima a fondo la loro casa su di un furgone. Professionisti che non scambiano necessariamente il loro lavoro con denaro ma accettano più che volentieri utensili, libri o altre professionalità che non posseggono.

La voglia di ritrovare l’armonia del vivere comunitario dilaga anche all’interno dei grandi centri abitati. Ciononostante sono ancora molte le persone intrappolate nella paura dei numeri.
Numeri che cercano inutilmente di dare un significato più comprensibile alla politica, all’economia, alle pensioni che forse arriveranno, forse no. Numeri catastrofici degli andamenti della borsa, svalutazione della moneta, morti sul lavoro, immigrati clandestini.
Sono numeri che diamo noi, a volte arbitrariamente e senza logica apparente, per indorare la pillola di realtà che noi stessi abbiamo creato e che ora ci danno tanta pena ammorbante.
Sommati, l’unico risultato possibile è una frustrazione perenne che genera rabbia e amplifica dolore immotivato. Un’equazione algebrica che vuole essere formula risolutiva ma che invece confonde, distoglie dalla percezione umana delle cose, distrae e non spiega un bel niente.
Non ci rendiamo ancora pienamente conto che se vogliamo essere un esempio migliore di umanità dobbiamo abbassare il pugno che ora agitiamo al cielo, dimenticare ciò che ci viene detto di pensare, lasciar andare il dolore e spalancare le braccia in segno di amore fraterno.

Prossima stazione: Canada

Segui la ricerca su Facebook e Instagram