Km 13.614 – Canada

In Montana, Stati Uniti, attraverso l’ultima catena montuosa da affrontare in questo continente, le Montagne Rocciose. Ad oriente della barriera si apre una vasta, piatta e al quanto desolata prateria. In questa area risiedono parte dei nativi americani, cacciati e confinati ai margini della società e dei confini statali. Esclusi come gli orsi che abitavano la piana e che con l’arrivo dell’uomo si sono dovuti rifugiare sulle montagne.

Il tempo di aver a che fare con l’acerba simpatia degli ufficiali canadesi di frontiera e supero il confine, rotta a est, verso il cuore della prateria centrale. Nonostante le montagne siano alle spalle, ho settimane parecchio dure da affrontare. Le temperature notturne raggiungono punte minime di sette gradi sotto lo zero. Pioggia, neve e vento contrario sono una costante preoccupazione.
Gli orsi vagano affamati al risveglio dal letargo. Tenere il cibo in tenda non è un’idea molto saggia, appendo con una corda la borsa dei viveri agli alberi. L’orso bruno è solitamente meno aggressivo del grizzly nord americano, tuttavia tengo sempre lo spray anti-orso a portata di mano.
Il bruno non è mai venuto a disturbarmi la notte ma non tarderà nel farsi vedere a bordo strada, in una giornata nuvolosa, ai limiti di un bosco di pini. Fanno la loro apparizione anche il cerbiatto, il coyote, la volpe e il lupo che ulula la notte nonostante non si veda la luna.

Statunitensi e canadesi si vedono rispettivamente per luoghi comuni senza rendersi conto di condividere più di quello che credono. Ovunque ci sono persone ospitali, premurose e gentili, come ci sono quelle chiuse, scontrose e riservate.
Anche in Canada molte città sembrano fatte con lo stampino. Case prefabbricate si muovono su rimorchi di camion, bandiere sventolano fiere su alti pennoni, cartelli affissi ai recinti rendono ancora più ovvia l’evidente proprietà privata da non oltrepassare.
L’impianto urbano è progettato su misura di automobili esageratamente grandi, a bordo delle quali le persone comprano e consumano cibo e bevande senza dover mai mettere piede fuori dall’abitacolo. I servizi di trasporto interurbano sono praticamente inesistenti. Al loro posto, autostrade tracciate con un righello ospitano automobilisti che amano guidare solitari, ognuno con il proprio mezzo di trasporto. I camper sono talmente imponenti che paiono autobus e trainano spesso e volentieri macchine o piccoli rimorchi.

Il governo canadese, come tutte le democrazie occidentali, mostra i suoi limiti piegandosi alla volontà delle multinazionali, non risparmiando su corruzione e abuso di potere. Ci sono canadesi attenti e critici sull’operato di chi li amministra, e chi, accontentandosi del benessere economico, chiude volentieri un occhio sopra le magagne di palazzo.
Un po’ tutti invece continuano a far finta di non vedere la sofferenza e difficoltà nella quale sono costrette a vivere le comunità indigene. Fino a cinquanta anni fa il governo ha tentato di sradicare la cultura indigena ai bambini strappandoli alle famiglie native. Gli effetti collaterali sono ben lontani dall’essere rimarginati completamente. È una questione molto complessa che richiederebbe sforzi maggiori da entrambe le parti, governo e nativi. Rimane il fatto che la natalità indigena è in forte crescita rispetto a quella dell’uomo bianco.

L’abbondanza di terre libere spinge sempre più persone insoddisfatte dello stile di vita consumista e dei ritmi frenetici della città a vivere “off grid”, isolate, slacciate dalla linea elettrica e telefonica.
Barrie è uno di questi. Ha passato i sessanta anni da un po’ e vive in una fiabesca casa che si è costruito da solo con tronchi di pino della sua proprietà. Le lampadine e le prese di corrente si possono contare sulle dita di una mano, potenziate da una turbina mossa dal torrente che scorre dietro casa. L’orto e la natura selvaggia gli assicurano cibo, acqua e legna da ardere per scaldarsi e cucinare.
Lo stile di vita che segue gli conferisce elasticità e forza fisica eccezionali, decisamente rare in un uomo della sua età.

Poco a sud di North Bay, in Ontario, vi è una comunità interspecifica vegana, la Peacebird Interspecies Community. Non c’è spazio alla becera diatriba che ancora divampa tra chi mangia carne e chi invece sceglie di alimentarsi differentemente, perché sono discussioni mosse dal sentimento più che dalla ragione e quasi mai vanno al nocciolo cruciale della questione, rimanendo quindi parole al vento fine a se stesse.
Sharry e Yan vivono in un modesto appezzamento di terra assieme a Cannet, Buble, Jefferson, Sunshine, Daydream, Ray, Rain, Rubén e molti altri. Sharry e Yan, per il momento, sono gli unici esseri umani della comunità. Gli altri membri sono oche, galline, capre, gatti e tacchini.
Vivere in una comunità interspecifica non significa abbassare il livello umano, tanto meno innalzare quello animale, significa invece vedere gli altri esseri viventi con occhio diverso. Solo chi ci ha provato almeno una volta non si stupirà nel sentire che anche le capre amano essere coccolate e possono essere affettuose e gelose come i gatti.

È vero che il livello di autocoscienza umano è incredibile e non può essere minimamente paragonato a quello animale, ma è vero anche che siamo tutti esseri viventi intrappolati su questo pianeta. Umani e animali condividono il desiderio di evitare il dolore il quanto più possibile, la volontà di riprodursi e trovare cibo e acqua, un rifugio dove proteggersi e avere libertà di movimento.
Finché non ci sarà una diversa concezione di essere vivente, nella quale va incluso anche il mondo vegetale, non arriveremo a una pari considerazione di sofferenza, forse l’unico ragionamento possibile che potrebbe permetterci di amare e rispettare veramente la terra che abbiamo sotto i piedi, l’acqua che ci circonda e l’aria che tutto ricopre.

Il movimento culturale e artistico delle città agli estremi est e ovest è raro se paragonato al resto del paese. Ad Ottawa trovo sollievo per il morale nel vedere culture da ogni parte del mondo vivere in armoniosa commistione.
Stati Uniti e Canada sono stati l’esempio massimo di cultura occidentale che potessi vedere in questo viaggio, nei loro lati positivi e negativi.
Culture troppo simili alla mia sotto certi aspetti, dentro di me cresce sempre di più la voglia di immergermi in luoghi totalmente diversi. Incomincio a vedere analogie con le culture non occidentali, preparandomi alla prossima imminente partenza. Per comprare alcolici devo dirigermi in negozi appositi e non nei comuni supermercati, come mi era capitato in Siria. Case e aree residenziali spuntano lungo le autostrade con la stessa illogicità di chi ha a disposizione ampie aree libere e selvagge, come avevo notato in Myanmar. File ordinate per la salita negli autobus urbani è qui forse meno sorprendente che non nel vederle a Istanbul.
A Ottawa si chiude il viaggio in questo continente, ma è ancora presto per tirare le somme perché sono solo a metà strada.

Prossima stazione: Kirghizistan

Segui la ricerca su Facebook e Instagram