Kirghizistan e Kazakistan

Passare dalle fredde e innevate praterie canadesi alle calde e secche temperature del centro Asia è uno shock che con sorpresa supero abbastanza velocemente. A mio agio mi ritrovo a serpeggiare tra le macchine del traffico di Bishkek, nell’indifferenza generale degli automobilisti che certamente non si scandalizzano se qualche pedone irriverente ignora le strisce.
La caoticità della capitale ha decisamente tratti differenti da quella dei grossi centri abitati occidentali. Caldo, traffico, strade sconnesse, pedoni, venditori ambulanti, tutto ha un sapore diverso.
La popolazione del Kyrgyzstan è una formidabile combinazione di diverse culture. Negli occhi hanno evidenti tratti dell’Estremo Oriente, delineati da gocce delle antiche popolazioni nomadi provenienti dalla moderna Mongolia. In bocca hanno due lingue, una ha come ceppo linguistico il turco, l’altra invece è rimasta dopo settanta anni di appartenenza all’Unione Sovietica, il russo. Quest’ultima ha sopraffatto la precedente anche nella scrittura con l’alfabeto cirillico. La religione è l’islam, importata dai popoli arabi anche se la tradizione si aggrappa alle pratiche sciamaniche nomadi.
Nessuna di queste caratteristiche predomina sulle altre e la popolazione kyrgyza, ancora fortemente innamorata delle sue tradizioni, sta cercando il giusto posto all’interno del mondo moderno.
Il governo non è connesso con l’alta finanza internazionale e i suoi cittadini raramente si indebitano con gli istituti bancari, più facile che come primo investimento decidano di comprare cavalli o altro bestiame da affidare alle numerose tribù semi nomadi che ancora occupano il territorio.
La prima cosa che stupisce una volta lasciata alle spalle Bishkek è la sorprendente pulizia delle strade. Cartacce, lattine e bottiglie di plastica sono state una costante nei mesi passati. Ma non in questa terra dove le persone paiono essere molto attente a curare e mantenere sana la natura nella quale vivono.
Pedalando lungo la costa sud del Lago Kul, all’altezza di Bokonbaevo incomincio a risalire le montagne. La strada è parecchio sconnessa e priva di asfalto, spesso scendo dalla bici per spingerla a forza. Mi avvicino a un campo di yurte e, rompendo il ghiaccio con la sola gestualità, accampo con loro per qualche giorno.
Da quassù si vedono le creste delle montagne più basse, porzione del lago e all’orizzonte, oltre il pelo dell’acqua, si stagliano alte vette montane dietro le quali appaiono cime ancora più alte e innevate.
La comunità di pastori semi nomadi cura prevalentemente il bestiame di chi abita nelle città. Il campo è composto da sei yurte, una piccolissima costruzione in legno, una staccionata che non recinta a chiusura l’accampamento ma funge da appiglio per legare i cavalli e appoggiare sopra le numerose sellature. Un tubo discende dalla montagna e fa sgorgare acqua fresca e pulita.
Tra anziani, adulti e bambini vi saranno una ventina di persone, tutte in qualche modo impegnate nella gestione di una cinquantina di cavalli, altrettante vacche, una manciata di bufali e qualche asinello.
La vita è molto semplice, come quella di qualche comunità vista nei pesi passati. La principale differenza è che la semplicità non è data da una scelta ma dalla realtà delle cose. La visione etnocentrica di noi occidentali spesso ci fa dimenticare che esistono stili di vita totalmente differenti dal nostro, altrettanto facilmente consideriamo tali modalità come primitive o povere.
Personalmente trovo che molti occidentali sognino in segreto tutto quello che questi pastori nomadi hanno. Un diretto contatto con la natura che dona vita e rigenera lo spirito, attività che garantisco un corpo atletico e sano, livelli di stress giornalieri praticamente nulli, notti stellate e silenziose, nessun orario di lavoro o appuntamenti da dover rispettare tassativamente, una comunità che non esclude nessuno e che vede tutte le generazioni vivere vicine e godere delle rispettive diverse conoscenze, energie e sogni.
Certo, la quotidianità non è una passeggiata. Gestire il bestiame e produrre yogurt e formaggi richiede un lavoro costante e a volte per niente leggero.
Nell’ultimo mese ho attraversato regioni dove sorgono numerosi accampamenti di yurte e sempre più persone decidono di adottare uno stile di vita come quello di Timur. Ambienti semplici e minimali, dove spesso non c’è corrente elettrica con la quale alimentare televisori o frigoriferi nei quali conservare gelati freschi, nessuna connessione Wi-Fi con la quale essere inserito nella rete mondiale, tantomeno vi sono cinema o ospedali nelle vicinanze. Qualcuno abbandona il campo di yurte o il proprio villaggio per cercare a Bishkek, Almaty o altrove, una vita migliore, si dice. Ma da quale punto di vista? E a che prezzo?

Tratto da Alla ricerca della controsocietà