Km 16.424 – Corea del Sud

La città metropolitana di Seoul stupisce per l’inaspettato silenzio che avvolge la maggior parte dei suoi quartieri. Non è quello che ci si aspetta da un centro abitato di queste dimensioni.

Le piste e le numerose aree verdi rendono la mobilità ciclistica e pedonale agile e alla portata di tutti. Attrezzature ginniche sono installate all’aria aperta in ogni angolo possibile, le persone più anziane sono quelle che ne approfittano maggiormente per mantenersi elastici e in forma.
Il riciclo della spazzatura è obbligatorio e le strade sono mantenute pulite anche dall’alto senso civico delle persone.

Dietro il volto pacato e attento alla salute fisica si nasconde però una città fredda dove il modello occidentale, che nelle sue terre di origine ha già cominciato a vacillare, impera e risucchia lavoratori e studenti in una vita frenetica, priva di tempo da dedicare a sé stessi e che garantisce livelli di stress molto elevati.
L’obiettivo è la carriera, una posizione di rilievo nella società, un largo conto in banca che da astuto ruffiano mostra una strada che promette di abbandonare i monolocali nei quali manca l’aria per ridere e cantare. Ma non è ormai più questa la strada da seguire per uscire dalla schiavitù moderna.
Paradossalmente, molte persone decidono di evadere dalla prigionia che soffoca la mente e il tempo delle loro vite facendosi rinchiudere in una cella carceraria di una struttura non lontana dalla capitale.
Cinque metri quadrati nei quali poter finalmente stare con sé stessi, senza telefono, specchio o orologio. Vestiti solamente di una tuta blu con a disposizione un materassino yoga, una penna e un quadernetto.

La Corea del Sud è dotata di ampie e attrezzate piste ciclabili che seguono il corso dei fiumi principali o delle linee costiere. Si può attraversare tutto il paese nella sua lunghezza senza aver a che fare con il trasporto a quattro ruote. Ponti e gallerie sono stati realizzati esclusivamente ad uso ciclistico.
Negli ultimi anni i mesi estivi sono diventati sempre più caldi e umidi. Coltivazioni di pesche hanno infatti sostituito numerosi meleti.
Nelle prime ore del mattino l’aria è talmente densa che è possibile fissare negli occhi il sole senza abbassare lo sguardo. Tra sudore e umidità tutti i miei vestiti, anche quelli dentro le borse, non sono mai completamente asciutti.

In un villaggio al centro del paese, tra campi di riso e un paesaggio montano, vive una coppia che ha varcato la quarantina, Jewrney e Stacey.
Di recente sono tornati da un viaggio in bicicletta di tre anni in giro per il mondo. Sono partiti con l’intento di ritornare eventualmente a casa per coltivare la terra e trovare una dimensione abitativa e temporale più umana.
Lungo la strada hanno studiato diversi progetti e hanno capito che ci sono molti modi di coltivare e ricercare l’autosostenibilità.
Così come ci sono molti modi per tutti gli obiettivi che desideriamo raggiungere, sia nel mondo del concreto che in quello etereo. La via non è mai perentoriamente unica. In un mondo globale dove persino il pensiero personale è standardizzato, anche troppa flessibilità mentale non è vista di buon occhio.

Jewrney e Stacey sono ritornati alla loro terra, in tutti i sensi, sfidando il pensiero e il modello culturale predominante. I villaggi si stanno svuotando rapidamente, rimangono solo le persone anziane a dimorare certi luoghi e nelle città la natalità è in caduta libera.
La professione di Jewrney, prima di fare l’agricoltore, è sempre stata quella di grafico. Una passione che ancora fa fatica ad abbandonare del tutto. Ha sposato la filosofia “Half Farmer, Half X” sviluppata a metà anni novanta dal giapponese Naoki Shiomi. L’idea prevede che se idealmente ogni persona dedicasse metà della propria giornata a lavorare la terra e l’altra metà a svolgere la professione che desidera, l’intero pianeta e benessere umano collettivo ne guadagnerebbero. Sarebbe una rivoluzione immediata su più livelli, si abbatterebbero gli sprechi alimentari e i costi della produzione industriale di cibo. Inoltre, il controllo della vita verrebbe riportato nelle mani di chi coltiva l’indipendenza per sé stesso o per la sua comunità.

Ottenuto finalmente il visto per la Cina a Busan, risalgo a nord mantenendomi decentrato verso occidente. Nella comunità intenzionale gestita da Dada Shiilabhadrananda, monaco yogi di Ananda Marga, godo per un po’ della vita regolare e bilanciata di un Ashram, del potere dello yoga, delle ore mattutine di lavoro nell’orto, della dieta vegetariana priva di cipolla e aglio per stimolare meglio la mente in sessioni di meditazione che includono danze e canti spirituali.
Con Dada mi lascio rapire e trasportare in lunghe discussioni sul modello economico PROUT, sull’abbandono alla Coscienza Universale, sulle idee di grandi menti come quelle di Jung, Gurdjieff, Coelho e Alan Wats tra i tanti.
C’è una cosa che gli sento ripetere spesso, non perché l’età prossima ai settanta gli faccia dimenticare le cose ma perché credo ci tenga a sottolineare affinché entri dentro ognuno di noi. Ciò che pensi, diventi, dice. E ciò che diventi, attrai, mi viene da aggiungere.

Anche in questa comunità, così come in tutte le realtà visitate fino ad ora, noto che le persone non perdono tempo a lamentarsi delle cose che non funzionano in questo mondo. Chi vede il bicchiere mezzo pieno ha davanti a sé strade luminose che conducono a un futuro altrettanto radioso. Che motivi ha di lamentarsi chi sa che sta giocando, anche solo in minima parte, il suo ruolo per combattere e porre rimedio ai problemi che alienano e schiavizzano in forma subdola la società mondiale?

Prossima stazione: Cina

Segui la ricerca su Facebook e Instagram