Km 20.000 – Cina

Settimanalmente diverse navi collegano Incheon (Seoul) con la costa orientale cinese. Usufruisco del servizio dopo aver visto sfumare la possibilità di entrare nel paese dal Kazakistan. La regione di confine, lo Xinjiang, è popolata dagli Uiguri che vorrebbero dichiarare l’indipendenza del Turkestan orientale seguendo la scia degli altri “stan” dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

Il governo cinese non è disposto a concedere tale indipendenza per le solite ragioni ormai consolidate in diverse occasioni in tutto il mondo. Meno l’uomo straniero mette il naso nello Xinjiang meglio è.

Attracco a Lianyungang e nel giro di pochi giorni mi rendo conto perché la Cina mi affascinò al punto di volerci ritornare.

Tutto è tremendamente e squisitamente cinese. È un tocco caratteristico del quale non ho trovato equivalente né in Corea né nei paesi del sud est asiatico. Lo si può trovare in tutto, nei piccoli villaggi della campagna, nei campi coltivati, sulle cime delle montagne, negli odori del cibo cucinato in strada, sotto i ponti nei quali ripararsi, nei numerosi cantieri stradali, nelle periferie in espansione e in cima ai palazzi alti trentacinque piani che crescono come funghi, all’interno di gallerie che non sono ancora state inserite nelle mappe, nelle città fantasma nuove di zecca che aspettano solo di essere popolate.

Per molti sono con tutta probabilità il primo straniero che vedono in carne e ossa e per questo reagiscono in soli due modi. O mi ignorano pretendendo non sia presente oppure mi fissano con eccessa discrezione, tentando con zelante tenacia di comunicare, non capacitandosi di come io non sia in grado di parlare, scrivere o leggere la loro lingua.

Nonostante l’originale tocco che caratterizza ogni cosa, è evidente quanto gli anni del comunismo abbiano cancellato millenni di una cultura ricca nelle arti, pensiero, filosofia e spiritualità. Aspetti messi così tanto alla berlina da essere dimenticati dalla collettività.

Falce e martello sono impressi un po’ ovunque, le bandiere però sono nettamente assenti se paragonate al quantitativo delle corrispettive nei paesi nord americani.

Il Great Firewall non fa riferimento alla muraglia cinese che serviva a proteggere l’impero dalle popolazioni nomadi della steppa ma al muro digitale che serve a proteggere il governo da una popolazione informata e aperta mentalmente all’occidente. Non solo Facebook e Google sono bloccati, ma anche tutti i servizi a loro connessi, applicazioni di messaggistica e piattaforme delle principali testate giornalistiche straniere.

Ciononostante internet è accessibile a tutti grazie a una buona copertura nazionale e a bassi costi. Nei grossi centri abitati la popolazione vive dietro lo schermo del cellulare con il quale comunica, si intrattiene, fa spese online, ordina cosa mangiare al ristorante, fa trasferimenti di denaro e paga praticamente qualsiasi transazione lasciando perdere il contante che qualcuno non usa già da anni.

Non molto distante dalla città di Fuzhou, nell’aperta campagna, da una decina di anni è nato il progetto ecovillaggio Anotherland per iniziativa di Xingzhen e Guanhua, giovane coppia di Qindao.

Sul versante della montagna hanno costruito cinque case in legno, combinando parallelepipedi e cupole. Nell’ultimo anno sono stati principalmente impegnati nel cercare di risolvere qualche controversia con il governo locale che, non capendo esattamente cosa il governo centrale voglia, ha momentaneamente obbligato le dieci persone che abitavano Anotherland ad abbandonare le case e scendendere nel villaggio continguo.

Gli stessi vicini di casa, come il governo, non capiscono quali siano esattamente le intenzioni di un gruppo di persone che ha deciso di abbandonare la città per vivere in semplicità immerso nella natura.

Tengono corsi e laboratori di scienze applicate alla coltivazione, tecnologia, economia e cultura, costruzioni naturali. La loro speranza è quella di sensibilizzare su questi argomenti più persone possibili, mostrando in prima persona uno stile di vita differente da quello che la propaganda offre. Una via di uscita dall’inquinamento ambientale che sta rendendo invivibili molte città, dallo stress causato dalla pressione che società, ambiente di lavoro, scuola e famiglia esercita sulle persone fin dalla giovane età.

Anotherland è un altro meraviglioso esempio di come si può smettere di essere semplici uomini-macchina e perseguire uno stile di vita consono ai bisogni fondamentali dell’essere umano.

La schiavitù moderna assume diverse sfumature dall’occidente all’oriente. Ovunque le persone hanno smesso di credere e sognare in una vita in equilibrio con la natura e tutto l’impianto burocratico che abbiamo creato, ed è proprio questa assenza di speranza che le rende schiave, mute, con lo sguardo basso, senza speranza.

Fortunatamente la controsocietà sorge e resiste all’interno di ogni cultura, Anotherland è una delle molte realtà, un luogo per chi non smette sognare e non esita nel mettersi in gioco.

Prossima stazione: Giappone

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